“Ma non avevate altro da fare?”

“Ma non avevate altro da fare?”

La strada che da Siracusa porta a Palazzolo Acreide si chiama “Mare- Monti”, come un piatto gourmant dove i gamberetti vanno d’amore e d’accordo con i funghi porcini, e pronunciare il suo nome mette già fame. Le ragioni del nome, però, hanno poco a che fare con la cucina e molto, piuttosto, con il suo essere una cerniera di cemento tra l’entroterra e la costa. Chi vive a Palazzolo Acreide attraversa questa strada uno svariato numero di volte nel corso della sua vita. Per andare a Siracusa (la mattina presto, se hai scuola o lavori in città, o più tardi nel corso della giornata, se hai voglia di fare un giro) o a Catania (per le stesse ragioni di cui sopra ma “scuola” va sostituita con “università”) o per correre in aeroporto. Partire e non tornare più, forse. Una strada diretta verso l’altrove, al cui senso inverso ci approcciamo per automatismo.

Con l’apertura dello svincolo autostradale, abbiamo cominciato a prendere confidenza con l’idea che questo luogo possa rappresentare anche un punto d’arrivo e non per forza di partenza. Lo abbiamo sempre saputo, ma un cartello segnaletico che te lo indica è un’altra storia. Evidentemente qualcuno è interessato a venire ed ha bisogno di sapere che strada prendere per arrivare.

E quando la Mare Monti si percorre a ritroso per necessità e non hai bisogno che qualcuno ti indichi la via? È una cosa che accade poche volte nel corso di una vita e per tutto il tempo del viaggio non sai mai se la direzione è quella giusta. E non è una direzione geografica quanto piuttosto esistenziale. Perché tornare fa paura ma se siamo qui è perché di certo ciascuno di noi ha avvertito dentro di sé una spietata speranza tale da spingerci a rimettere in discussione tutti i luoghi comuni da cui siamo fuggiti. L’Italia che è un Paese per vecchi, la Sicilia che non dà lavoro, la cultura con cui non si mangia. La cultura, soprattutto. Eppure, in giro per il mondo, li abbiamo visti quelli esempi positivi di azione territoriale che rendono un luogo felice non solo per le sue bellezze naturalistiche e artistiche, ma perché vi sono soprattutto persone che le curano, costituendo per esse e per tutta la comunità un valore aggiunto.  Così, abbiamo colmato fino all’orlo le nostre valige di buoni esempi e propositi e abbiamo fatto ritorno. Abbiamo capito che amiamo i luoghi comuni, non già nell’accezione di pregiudizi da contrastare, ma piuttosto intesi come spazi della collettività da far vivere e di cui riappropriarsi in un’ottica diversa. Non è roba da visionari ma è di certo una nuova visione sociale e collettiva che vogliamo costruire.

“Ma insomma, non avevate altro da fare?”.

Sì, ma abbiamo preferito fare ritorno e tentare.

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